1921-2021 L'Olandesina si prepara al Centenario. Parole e sensazioni da chi ha il sangue arancione nelle vene. In questa puntata ospite Massimo Morgia
Questa sera amici miei, ospito con grande piacere Massimo Morgia, l'allenatore che ci ha riportato tra i professionisti. Uomo vero, mai banale, a sue parole ha trasformato per fortuna e previlegio la sua passione giovanile in lavoro, ma mai dimenticandosi che il pallone è sempre e comunque un gioco.
Salve Mister, vedendo il suo storico lei aveva già allenato in Toscana (Poggibonsi e Viareggio) poi tanta C1 e C2. Dopo le dimissioni da Castellammare di Stabia, quanto ci ha messo ad accettare Pistoia, anche perché era la prima esperienza in D.
Mi telefonò Bargagna che avevo avuto come giocatore nella primavera dell’Empoli parecchi anni prima e mi incontrai col Presidente e suo Figlio in un bar ad Altopascio, mancavano 11 giornate alla fine ed io la D non la conoscevo proprio come non conoscevo I Ferrari, gli dissi che quelle 11 partite ci sarebbero servite per conoscersi ed alla fine di quelle ci saremmo seduti al tavolino per cominciare una nuova stagione che per me avrebbe incluso un lavoro anche con le giovanili , o ci saremmo lasciati da brave persone come eravamo.Di quelle partite ne vincemmo 8 e ne pareggiammo 3 entrando nei playoff vincendo quelli regionali dopo altri turni ci eliminò il Santhia ma ebbi la fortuna di conoscere Minincleri. Quindi finita la stagione decidemmo nella massima sintonia di continuare insieme.
E infatti, mi corregga se sbaglio, arrivò la promozione.
Confermammo la quasi totalità del gruppo arrivarono appunto Minincleri, Nocentini, De Angelis e Peluso più dei giovani . Vincemmo il campionato ma la cosa più bella è che quel gruppo giocò un calcio meraviglioso e riportò a Pistoia un entusiasmo incredibile anche per l’empatia che i ragazzi crearono con la città. Io ed il mio staff ed anche i ragazzi più grandi ci dedicammo anche alla cura ed agli allenamenti insieme al settore giovanile come avevo chiesto al momento del nostro primo incontro. Fra l’altro uno dei ragazzi più giovani della prima squadra Francesco Belli si mise particolarmente in mostra e da lì iniziò la sua brillante carriera.
Che rapporto ha avuto con la città Pistoia e cosa le ha lasciato Pistoia nel proseguimento della sua carriera?
L’ho già detto bellissimo è una città che aveva una grande storia passata, con la serie A come ricordo ingombrante, ma anche tanta B e C dove l’avevo affrontata sia da tecnico che da giocatore. Inizialmente trovai tanto scetticismo ed un certo abbandono ,ma poi via via l’entusiasmo crebbe come le presenze allo stadio come nelle trasferte, ma il ricordo più bello fu la sera della promozione che avvenne a 4 giornate dalla fine del campionato al ritorno dalla trasferta a Pian Castagnaio, nel palco che era stato allestito in fretta e furia in piazza c’era un mare di gente ma per me l’emozione più grande fu vedere che fra quella gente c’erano un mare di ragazzini del settore giovanile a cui avevamo trasmesso l’appartenenza e l’amore per la maglia condividendo con loro tantissimi allenamenti.
Infatti adesso arriva la domanda forse più dolente. Ha qualche rimpianto non avere allenato la “sua” creatura in C ?
No nemmeno mezzo, perché di quei giocatori(ragazzi meravigliosi) del mio staff ( amici veri) non ne rimase nemmeno uno. I programmi e la progettazione giustamente spetta al Presidente ed alla dirigenza e le nostre idee non collimavano più , mi sembrò giusto lasciarci, non potevo certamente accettare di veder andare via giocatori che mi avevano dato anima e cuore non solo per vincere il campionato ma per creare un ambiente davvero speciale.
Mi permette due domande un po’ particolari? La prima. In tanti siti lei è chiamato il Bielsa Italiano. Ci si rivede in quel personaggio?
Non mi piacciono i paragoni io non sono nessuno, Bielsa è un allenatore di fama mondiale. Indubbiamente mi riempie di orgoglio perché lui oltre che essere un grande allenatore è una persona di grande cultura e di grande spessore morale. Diciamo che io come lui amo un calcio offensivo fatto di movimento e di pressione costante.
Lei è Romano. Vorrebbe allenare nella sua regione o se mai è stato vicino a qualche realtà Laziale?
Io mi considero un cittadino d’Italia per non dire del mondo. Sono uno zingaro che ha seguito segue ed inseguirà sempre un pallone. Ho giocato ed allenato e quindi vissuto da Bolzano a Marsala ed ovunque mi sono sempre trovato bene perché ovunque mi sono sentito sempre un ospite aprendo la mia testa ad usi, costumi e dialetti diversi . La cosa più bella che mi ha dato il calcio è stata proprio questa apertura mentale che mi hanno trasmesso gente ed ambienti sempre diversi .
L'intervista purtroppo si chiude qui, ma avrei ragionato un giorno con questo signore che ha ideali simili ai miei, (specialmente per quanto riguarda il settore giovanile) e in sole sei domande penso di avere capito un pezzo della personalità, ovvero lo staff, giocatori e amici prima di ogni contratto. Questi sono valori che nel calcio di oggi non esistono più e quando si incrociano persone cosi andrebbero innalzate, no "soffocate"
Araba Fenice

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